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Brand Identity 3 min di lettura

Brand guidelines che i fornitori usano davvero: cosa metterci (e cosa no)

Il manuale del brand non serve a te: serve al tipografo, al social media manager, allo sviluppatore che non ti chiamerà mai per chiedere. Scrivilo per loro.

Molte aziende hanno un manuale del brand. Ottanta pagine, impaginazione curata, presentato in una riunione due anni fa. Poi arriva il volantino della fiera con il logo deformato e il verde sbagliato, e scopri che il tipografo il PDF non l’ha mai aperto.

Il problema non è il tipografo. È che quel manuale era scritto per piacere a chi l’ha commissionato, non per essere usato da chi lavora.

Il test che conta

Delle brand guidelines esiste un solo collaudo serio: un fornitore che non ti conosce produce materiale corretto senza chiamarti. Se per ogni banner, gadget o presentazione serve una telefonata all’agenzia o al “ragazzo che ci segue la grafica”, non hai un sistema d’identità. Hai un logo e una serie di eccezioni.

Cosa metterci

Le pagine che vengono usate davvero sono quasi sempre le stesse:

  1. I file del logo, pronti. Tutte le versioni (positivo, negativo, monocromo, simbolo), nei formati giusti per stampa e digitale, con un nome file comprensibile. E una riga che dice quale versione usare in quale caso.
  2. Le regole d’uso con gli errori mostrati. Area di rispetto, dimensione minima, sfondi vietati. L’esempio sbagliato barrato in rosso vale più di tre paragrafi di spiegazione.
  3. La palette con i codici completi. HEX e RGB per lo schermo, CMYK e Pantone per la stampa. Se il fornitore deve convertire i colori a occhio, li convertirà male.
  4. I font, con le licenze. Quali pesi, per quali usi, dove si comprano. E i font di sistema da usare quando quello del brand non è disponibile: succederà, meglio deciderlo tu.
  5. Il tono di voce, con esempi prima/dopo. “Siamo diretti ma cordiali” non guida nessuno. “Non scriviamo così → scriviamo così” guida chiunque.
  6. Le applicazioni tipo già risolte. Biglietto, firma email, post social, insegna: i casi che ricorrono, impaginati una volta per tutte.

Cosa lasciare fuori

Tutto quello che non aiuta una persona esterna a produrre materiale corretto:

  • la storia del fondatore in dodici pagine;
  • le moodboard “ispirazionali” della fase creativa;
  • i valori aziendali astratti, se non sono tradotti in scelte concrete di parole e immagini.

Non perché non contino: contano nella fase di progetto. Ma nel documento operativo diventano rumore, e il rumore è il motivo per cui i manuali da ottanta pagine non vengono letti.

Il formato giusto

Meglio quindici pagine consultate che ottanta ignorate. E meglio ancora se le guidelines vivono anche in una versione condivisibile con un link, con i file scaricabili accanto alle regole: il fornitore che deve cercare i loghi in una cartella email di tre anni fa userà quello che trova, non quello che serve.

Ultima cosa: nomina un referente. Una persona, interna o in agenzia, che risponde ai dubbi e aggiorna il documento quando il brand evolve. Le guidelines senza custode invecchiano in silenzio.

Il nostro modo

Quando nella nostra area Brand Identity costruiamo un’identità, la consegna non è un logo: è un sistema coerente e documentato, pronto per essere usato dai tuoi fornitori senza che siamo noi a spiegarlo ogni volta. Se il tuo manuale attuale non supera il test del tipografo, è da lì che ripartirei.

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